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Wired Italia chiude. 

Per chi ha una certa memoria digitale, la notizia pesa più di quanto sembri. Non stiamo solo perdendo una testata: se ne va un vero simbolo di un’epoca in cui il futuro arrivava piano, su carta patinata, profumava d’inchiostro fresco. Condé Nast ha detto basta: Wired in Italia, nata nel 2009, non esiste più. Motivo ufficiale? Economico. Il marchio da noi non è mai cresciuto davvero, non fa abbastanza soldi in questa forma. Sembra quasi uno scarico di responsabilità già visto: “Ci state simpatici, ma Excel non è d’accordo”.

Per capire cosa significa davvero questa chiusura, bisogna tornare alle origini. Wired nasce a San Francisco nel 1993, firmata Louis Rossetto e Jane Metcalfe, con gente come Nicholas Negroponte e Kevin Kelly dentro da subito. Non era solo una rivista: era una specie di portale temporale. Parlava di Internet quando ancora parecchi si chiedevano se fosse una marca di modem. Raccontava il cyberspazio quando la maggioranza ancora bestemmiava contro il fax che si inceppava.

Anni Novanta, primi Duemila: leggere Wired era mettere il naso in un altro mondo. I telefoni nuovi arrivavano dal Giappone, i software dagli Stati Uniti; i computer sembravano oggetti di scena, cose che non avresti mai potuto permetterti, né tanto meno ordinare online. Niente Amazon con la consegna in 24 ore. Niente leak su X, niente unboxing su YouTube. Se volevi vedere qualcosa di nuovo, dovevi aspettare che un amico tornasse da Tokyo o New York con una rivista nello zaino e un gadget in valigia.

Sfogliare Wired era quasi come scrollare un feed oggi, con una differenza enorme: allora il feed lo preparavano persone vere – studiavano, sceglievano, impaginavano. Oggi invece spesso trovi algoritmi che pensano tu voglia solo dodici video di fila di gente che cade dalle scale.

Wired Italia provò a portare quello stile da noi: marzo 2009, prima copertina con Rita Levi-Montalcini, Riccardo Luna al timone. Un messaggio chiaro: la tecnologia non è solo giochi e gingilli. È cultura, scienza, società.

Ma il mondo ha cambiato marcia. La tecnologia è diventata quotidiana, nessuno ha più bisogno dei sacerdoti che la spiegano. Gli smartphone non sono più oggetti del desiderio, ma estensioni naturali del corpo. I software si aggiornano da soli. Le novità arrivano ogni dieci minuti online, non ogni mese in edicola. Adesso l’intelligenza artificiale ti riassume un report ancora prima che tu abbia deciso di non leggerlo.

Condé Nast lo sa bene. Vogue per decenni è stata la Bibbia indiscussa della moda. Decidevano le direttrici, le passerelle, le copertine. Oggi il gusto lo fanno le “creator”, o chiunque riesca a spostare consumi con una story fatta di corsa in ascensore. “Il Diavolo veste Prada” ci piace ancora, ma ormai è quasi una ricostruzione storica. Il sequel è in arrivo: chissà se la nuova Miranda Priestly dovrà vedersela con TikTok, i reel e una creator neanche ventenne che lancia trend dal divano. Oggi il vero diavolo veste comodo e guadagna con link affiliati.

La chiusura di Wired Italia racconta questo: le grandi autorità verticali non scompaiono perché diventano inutili, ma perché il loro monopolio dell’attenzione è finito. Ora l’autorità si è sparsa, è frammentata, spesso improvvisata. Un tempo la redazione ti spiegava il futuro. Oggi il futuro entra da mille finestrini aperti tutti insieme, spesso facendo rumore.

E tutto cambierà di nuovo. A breve ci troveremo riviste scritte interamente dall’AI, personalizzate per ciascun lettore: una tua Wired privata, che sa già se preferisci i chip quantistici alle cuffie noise cancelling. Oppure magari avremo voglia del contrario: poche voci affidabili, umane, lente, che riescano a mettere un po’ d’ordine nel caos.

Perché ogni rivoluzione digitale, dopo averci promesso libertà assoluta, finisce per farci venire nostalgia di qualcuno capace di dirci cosa valga davvero la pena leggere.

Wired, in fondo, faceva proprio questo. Ti indicava dove guardare, prima che ci guardassero tutti. Oggi tutti guardano ovunque. Non riuscendo ormai a vedere più niente.