Tutto è partito da un’inutile polemica. Una di quelle che, qualche anno fa, sarebbe durata quanto una risata e poi via, dimenticata nel giro di una sera.
Succede al recente Festival di Sanremo: Carlo Conti dice in diretta alla moglie di non indossare dei jeans corti e bucherellati simili a quelli di una ballerina presente sul palco dell’Ariston. Una battuta da divano, la classica frase da marito (sessantenne) che scherza. Ma la ballerina non l’ha presa bene e nei giorni successivi sono arrivate accuse di sessismo e maschilismo. Da lì è partita la solita dinamica che ormai conosciamo a memoria: indignazione sui social, commenti moralistici, articoli di analisi, piccoli processi mediatici costruiti su una frase detta quasi per caso. Niente di sorprendente, in fondo. Il punto è che questa polemica minuscola è solo un sintomo. Sotto c’è qualcosa di molto più grande.
Negli ultimi anni il politically correct ha cambiato marcia. Non riguarda più soltanto ciò che dici, ma il modo in cui costruisci le parole. È qui che la lingua ha iniziato a trasformarsi in una trappola. Oggi bisogna stare attenti alle vocali finali, alle desinenze, perfino ai simboli. Arriva lo schwa, quella “ə” che dovrebbe neutralizzare il genere. Arriva l’asterisco per evitare il maschile plurale. Arrivano formule linguistiche sempre più creative per evitare qualsiasi possibile interpretazione discriminatoria. Il risultato è che la lingua, a forza di correzioni e adattamenti, rischia di diventare un laboratorio sperimentale permanente.
Basta guardare cosa succede con i nomi delle professioni. Una volta era tutto più semplice: se una donna esercitava la professione di avvocato, si faceva chiamare “avvocatessa”. Era la forma tradizionale, usata per decenni senza particolari drammi linguistici. Oggi molte preferiscono farsi chiamare “avvocata”. Che sia giusto o sbagliato non è nemmeno il punto. Il punto è che ormai ogni discussione sulla lingua diventa una questione di principio. Una parola non è più soltanto una parola: diventa una bandiera. E così la lingua smette di essere uno strumento per comunicare e diventa un campo di battaglia culturale.
Questa trasformazione ha prodotto anche un effetto curioso nella vita quotidiana. Sempre più persone non evitano certe parole perché le ritengono davvero offensive. Le evitano perché nessuno ha voglia di finire nel mirino dell’indignazione sui social. Ogni frase può essere interpretata male, ogni battuta estrapolata dal contesto, ogni parola giudicata fuori posto. Così la conversazione pubblica diventa prudente, artificiale, piena di giri di parole. Non si parla più davvero: si cammina sulle uova, frase dopo frase.
Il paradosso è che all’origine il politically correct aveva uno scopo chiaro e anche condivisibile: evitare linguaggi offensivi o discriminatori. Un obiettivo che nessuno metterebbe seriamente in discussione. Ma quando l’attenzione linguistica diventa ossessione succede qualcosa di strano: le polemiche minime finiscono per occupare tutto lo spazio del dibattito. Si discute per giorni su una battuta, su una parola, su una desinenza, mentre temi molto più importanti scivolano sullo sfondo. È il paradosso della sensibilità permanente: più ci indigniamo per i dettagli, meno resta energia per le cose davvero rilevanti.
Non è un caso che al cinema o in televisione ormai siano rimasti in pochi a potersi permettere un’ironia fuori dalle righe. Tra questi ci sono Fiorello e Checco Zalone. Entrambi giocano proprio con gli stereotipi e con le contraddizioni della società contemporanea, ma riescono a farlo perché il pubblico riconosce la loro cifra ironica. È una sorta di immunità artistica: sanno muoversi sul filo della provocazione senza scatenare immediatamente il tribunale social. Chiunque altro rischierebbe di essere etichettato nel giro di poche ore: sessista, razzista, offensivo, insensibile.
La lingua, in fondo, ha sempre vissuto di libertà, ironia e imperfezione. È sempre cambiata, certo, ma lo ha fatto spontaneamente, non sotto pressione ideologica. Oggi invece ogni parola viene controllata, pesata, reinterpretata. E succede qualcosa di curioso: la lingua perde leggerezza. E quando la lingua perde leggerezza diventa difficile perfino scherzare. Così una battuta sui jeans a Sanremo finisce per trasformarsi in un caso nazionale. Non perché sia davvero importante, ma perché ormai nelle parole concentriamo tutte le nostre guerre culturali. E mentre discutiamo sulle vocali finali, rischiamo seriamente di dimenticarci quello che conta davvero.
