magnacharta

È curioso come, nell’epoca in cui il genio creativo incontra l’algoritmo, l’intrattenimento assuma i tratti di un grande romanzo collettivo in cui ogni capitolo è un twist e ogni celebrity un deus ex machina che può cambiare registro con la stessa facilità con cui aggiorna un post su Instagram: negli ultimi giorni abbiamo visto una serie di sviluppi che sembrano pensati più per tenere svegli gli algoritmi dei social che il pubblico reale, come la notizia della morte del cantante dei 3 Doors Down Brad Arnold che, paradossalmente, è diventata un promemoria sul fatto che le icone rock muoiono due volte, una nel cuore dei fan e una nelle notifiche che squillano nel feed; oppure l’inusuale presenza di robot durante i festeggiamenti del Capodanno cinese, che più che salutare il nuovo anno sembrano volerci ricordare che persino le tradizioni più antiche sono ormai brandizzateprogrammabili e pronte per la sponsorizzazione di metà marzo. Tra cause legali hollywoodiane che si trascinano come cliffhanger e ricorrenze culturali che si intrecciano con celebrazioni globali, quello che resta è un effetto paradossale: siamo spettatori e produttori nello stesso atto creativo, intrappolati in un loop di notizie che non si chiude mai veramente. Alla fine, forse, il messaggio non è solo raccontare cosa succede nel mondo dell’entertainment, ma realizzare che il mondo dello spettacolo non esiste più fuori di noi — siamo noi il suo palcoscenico e la sua platea, con applausi digitali che valgono più di quelli reali e finali che si intrecciano con il prossimo trend prima ancora di calare il sipario.