Ogni anno ripetiamo la stessa frase con aria definitiva: Sanremo è finito. Poi accendiamo la TV e scopriamo che, più che finito, è semplicemente mutato. Il problema è che a volte muta nella direzione sbagliata: la musica, che dovrebbe essere il centro gravitazionale del Festival, finisce per orbitare attorno a qualcosa di più rumoroso e meno armonico, cioè il mondo della televisione che la contiene.
Perché, ammettiamolo, le canzoni arrivano spesso in secondo piano rispetto al racconto che le circonda. Prima ancora di ascoltare la prima nota, siamo già immersi in un dibattito che riguarda chi conduce, chi co-conduce, chi è stato invitato, chi ha rifiutato.
Carlo Conti chiama una schiera di co-conduttori talmente ampia che Fiorello può permettersi di ironizzare dicendo che, a questo punto, manca solo il loro cameraman. La battuta funziona perché intercetta una verità: il Festival è sempre più televisione che musica, sempre più varietà che competizione artistica. E se negli anni ’90 si parlava degli ospiti internazionali come Madonna o Springsteen per la loro grandezza musicale, oggi si parla della costruzione dello show, del ritmo televisivo, della gestione del palinsesto.
A complicare il quadro c’è un clima che va oltre l’Ariston. Il libro appena pubblicato da Lucio Presta, potente manager di talent televisivi, con i suoi retroscena e le sue stoccate ai suoi ex assistiti, riapre ferite e sospetti su un ambiente raccontato come un campo di battaglia fatto di rivalità, opportunismi e relazioni di potere. Le imminenti “rivelazioni sconcertanti” annunciate da Fabrizio Corona per il prossimo 2 marzo con una nuova puntata del suo “Falsissimo” aggiungono un ulteriore strato di inquietudine, perché anche quando non sappiamo se le accuse siano vere o costruite, il solo annuncio contribuisce a dipingere il mondo della TV come un luogo opaco, poco edificante e, a tratti, pecoreccio, più interessato al retroscena che al contenuto.
In questo contesto, la musica rischia un’altra volta di diventare un pretesto. Le canzoni passano, si commentano, si trasformano in clip da condividere, ma raramente riescono a occupare lo spazio simbolico che meriterebbero. Si parla più del sistema che le produce che delle emozioni che dovrebbero generare. Più del dietro le quinte che del palco.
Sanremo resta una macchina potentissima, capace di catalizzare l’attenzione nazionale per cinque sere consecutive. Ma il paradosso è evidente: l’evento che dovrebbe celebrare la musica finisce per raccontare soprattutto la televisione, con le sue dinamiche interne, le sue polemiche, le sue guerre fredde e i suoi memoir vendicativi.
Intanto, però, stasera si comincia. Le luci si accendono, l’orchestra accorda, i tweet (o X) sono già pronti a decollare. I popcorn sono sul tavolino.
Sipario su. E che vinca il rumore.
