La prima serata di Sanremo si è chiusa con un dato che fa più rumore di qualsiasi nota stonata: circa tre milioni di spettatori in meno rispetto all’esordio dello scorso anno. Non un dettaglio, non una flessione tecnica, ma una bella fetta di telecomandi che ha deciso di prendersi una pausa. E in un Paese dove Sanremo è quasi un’abitudine condominiale, non è poco.
Il problema? Non è successo praticamente nulla. E a Sanremo, dove l’imprevisto è ossigeno e la polemica è vitamina, la noia è il vero sabotatore silenzioso.
Lo spettacolo è stato piatto, monocorde, ordinato fino all’anestesia. Tutto perfettamente sotto controllo, tutto calibrato, tutto pulito. E proprio per questo un po’ soporifero. Niente momenti imbarazzanti da raccontare il giorno dopo al bar, niente performance così brutte da diventare iconiche, niente slanci memorabili. Solo una lunga, composta, educatissima normalità.
Le canzoni hanno seguito la stessa traiettoria: mediamente corrette, ben confezionate, ma raramente necessarie. Poche le eccezioni. Ditonellapiaga ha portato personalità, ritmo e un’estetica riconoscibile, Fulminacci ha confermato la sua scrittura intelligente, Nayt ha dato un minimo di energia alternativa. Fedez & Masini hanno costruito un incrocio generazionale interessante, mentre Sal Da Vinci ha tutte le carte per regalarci il tormentone che ci ritroveremo addosso per mesi, come già accaduto con “Rossetto e Caffè”. Per il resto, brani che si ascoltano senza infastidire e si dimenticano con la stessa facilità.
Le gag? Prevedibili. I look? Studiati ma senza colpi di scena. Gli interventi? Corretti, forse troppo. Pochissimi imprevisti, che a Sanremo non sono un incidente ma una necessità fisiologica. Senza una piccola crepa, lo spettacolo resta una superficie liscia su cui tutto scivola via.
Laura Pausini ha fatto meglio delle basse aspettative della prima ora, mostrando mestiere e presenza. Can Yaman simpatico, disciplinato, un po’ troppo buttafuori d’alto bordo, ma comunque efficace nel suo ruolo. Più genuino Kabir Bedi, con quella gentilezza che arriva da geografie lontane, meno nevrotico e più umano.
Il punto non è che sia stato un disastro. Il punto è che non è stato niente di memorabile. E forse è proprio questa la vera insidia: Sanremo può sopravvivere a una polemica, a una stecca, a uno scandalo. Ma fatica a sopravvivere alla noia.
E la noia, a Sanremo, è l’unica cosa che il pubblico non perdona.
