Se nel post precedente ci siamo detti che Sanremo comincia prima ancora della prima nota, è perché c’è una cosa che non manca mai: le polemiche. Anzi, Sanremo è il loro habitat naturale. Se un vincitore mette d’accordo tutti, probabilmente non ha vinto davvero.
Il Festival vive di discussioni, di classifiche contestate, di “non se lo meritava” sussurrati con indignazione da divano. È successo nel 1958, quando Domenico Modugno con Nel blu dipinto di blu cambiò la musica italiana e qualcuno gridò allo scandalo per quell’energia fuori dagli schemi. È successo nel 1967, quando l’eliminazione di Luigi Tenco si trasformò in una tragedia che segnò per sempre la storia del Festival. È successo nel 1997, quando vinsero – tra mille perplessità – gli allora sconosciuti Jalisse, diventati quasi più celebri per la polemica che per la vittoria.
Poi ci sono le edizioni che sembrano chiudere i conti con il passato: Elisa nel 2001 con Luce, primo testo in italiano dopo una carriera in inglese, Marco Mengoni nel 2013 con un’eleganza pop che sembrava voler rimettere ordine nel caos. E negli ultimi anni, qualcosa è cambiato ancora. Con Mahmood prima e i Måneskin poi, il Festival ha smesso di inseguire il gusto popolare per provare a intercettarlo davvero. E quando i Måneskin sono arrivati fino all’Eurovision e oltre, Sanremo ha smesso di essere solo nostalgia ed è tornato a essere trampolino.
Il punto è che Sanremo non misura il talento assoluto. Misura il momento. Vince chi intercetta l’aria del tempo, chi racconta meglio l’umore collettivo. A volte lo capiamo subito, a volte lo capiamo anni dopo, quando riascoltiamo quella canzone e pensiamo quanto fosse “avanti”.
E mentre il 24 febbraio si avvicina, la sceneggiatura è già scritta. Ci sarà una canzone data per favorita che deluderà. Ci sarà una sorpresa che scalerà la classifica. Ci sarà un artista che tutti davano per spacciato e che si prenderà il suo spazio. E, qualunque sarà il risultato finale, metà Italia dirà che la canzone che meritava di vincere era un’altra.
Perché Sanremo è un referendum musicale permanente. Non serve un quorum, non serve il segreto dell’urna. Basta un telecomando, un divanetto insieme agli amici o una chat di gruppo e la convinzione – profondissima – che noi avremmo votato meglio.
Ed è proprio questo che lo rende irresistibile.
