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Ci siamo quasi. Mancano sette giorni e l’Italia sta per entrare ufficialmente nella sua settimana parallela: quella in cui il tempo si misura in “prima serata”, “duetti” e “classifiche provvisorie”.

Sanremo non è solo un festival. È una sospensione collettiva della realtà. È la liturgia laica che ogni anno riesce nell’impresa di mettere tra parentesi tutto il resto: guerre, crisi politiche, medaglie olimpiche, scandali, rivelazioni, polemiche. Per cinque sere, l’argomento dominante diventa una canzone di tre minuti e mezzo. E va benissimo così.

Dal 1951, quando Nilla Pizzi cantava al Casinò in un’Italia ancora in bianco e nero, il Festival ha attraversato di tutto: boom economico, rivoluzioni culturali, crolli televisivi, resurrezioni di share, pandemie e ritorni trionfali. Sul palco dell’Ariston sono passati Mina, Modugno, Celentano, i Pooh, Vasco, Eros, Laura Pausini. Perfino Battisti, nel 1969, prima di scegliere il silenzio come cifra stilistica.

Sanremo ha questa magia tutta sua: può consacrarti o archiviarti nel giro di una settimana. Puoi vincere e sparire. Puoi arrivare ultimo e diventare leggenda. È l’unico posto in cui il verdetto conta, ma non decide davvero nulla.

E poi c’è il rituale più italiano di tutti: promettere che non lo guarderemo. “Quest’anno passo.” “Al massimo la prima serata.” “Solo le cover.” Certo. Martedì 24 febbraio ci troveremo tutti lì, telecomando in mano, pronti a commentare come critici musicali navigati.

La verità è che Sanremo funziona perché non è solo musica. È costume, è polemica, è abito improbabile, è standing ovation sospetta, è tweet indignato alle 23:47. È un gigantesco specchio del Paese, con orchestra incorporata.

Mancano pochi giorni. E stiamo già discutendo di chi vincerà, di chi è favorito, di chi non merita. Di qualcosa che non è ancora iniziato.

E forse è proprio questo il bello: Sanremo comincia molto prima della prima nota.Noi siamo pronti. E da qui al 24 febbraio, sarà solo l’inizio