Emilio Fede si è spento a 94 anni il 2 settembre 2025, chiudendo una carriera che è stata, nel bene e nel male, uno dei simboli della televisione italiana degli ultimi cinquant’anni. Dalla direzione del TG1 negli anni Ottanta a quella di Studio Aperto, fino al TG4, dove il suo volto è diventato inscindibile dalla linea editoriale: visione schierata, enfasi sulla notizia spettacolo, e un culto della personalizzazione che ha anticipato — o forse contribuito a creare — il giornalismo da opinionismo permanente.
Fede è stato, a modo suo, un pioniere. Ma non di quelli che aprono nuovi orizzonti: piuttosto, uno che ha ridotto il confine tra informazione e propaganda, introducendo per primo in modo strutturale in Italia un telegiornale di parte, apertamente servile verso il potere politico, e orgoglioso di esserlo.
Accanto ai momenti di gloria, però, anche una lunga scia di episodi opachi. Il coinvolgimento nel caso Lele Mora, con i fondi ricevuti da Berlusconi che spariscono in triangolazioni opache. E il tentativo di ricatto ai vertici Mediaset dopo il suo allontanamento: fotomontaggi compromettenti, email minacciose, un goffo tentativo di colpo di coda finito con una condanna definitiva per estorsione.
La sua morte è passata quasi in sordina nei telegiornali delle reti che per anni lo hanno ospitato. TG5 e TG4 gli hanno dedicato pochi secondi, in coda alle edizioni, come a voler mettere una pietra sopra — ma in fretta.
In un Paese dove tutti dicono di fare giornalismo “oggettivo”, Emilio Fede ha avuto almeno il merito (o il demerito) di non nascondere mai il proprio schieramento. Ha anticipato i tempi, rendendo normale l’informazione che prende posizione, ma lo ha fatto con un tale livello di coinvolgimento personale da lasciare il dubbio che più che raccontare i fatti, gli piacesse farne parte.
E in effetti, lo è stato. Per anni. Fino alla fine.
