Ci sono attori che interpretano un ruolo. E poi c’è William Shatner, che ha interpretato un’epoca. Per milioni di spettatori resterà per sempre il Capitano James T. Kirk di Star Trek, l’uomo che negli anni Sessanta guardava le stelle con la sicurezza di chi era convinto che il futuro sarebbe stato curioso, coraggioso e un po’ teatrale, proprio come lui. Kirk non era solo un comandante spaziale: era l’idea stessa di leadership televisiva, fatta di sguardi intensi, pause studiate e monologhi pronunciati con quella cadenza inconfondibile che negli anni è diventata quasi un marchio registrato.
Dopo aver guidato l’Enterprise tra galassie e metafore politiche mascherate da fantascienza, Shatner avrebbe potuto vivere di rendita nel pantheon nerd. Invece no. Negli anni Ottanta si reinventa protagonista televisivo in T.J. Hooker (che qualcuno ricorda ancora con affetto come “TJ Hoover”, perché la memoria pop è generosa ma imprecisa), vestendo i panni del poliziotto duro ma dal cuore giusto. Niente più plance stellari, ma strade americane e sirene spiegate. Eppure, anche lì, riusciva a essere larger than life, come se ogni episodio fosse una piccola missione interplanetaria travestita da crime urbano.
Poi arriva la terza metamorfosi, forse la più sorprendente e autoironica: Danny Crane in Boston Legal. Un avvocato geniale e progressivamente rimbambito, monarchico, imprevedibile, politicamente scorretto e irresistibile. Una performance che oscillava tra il grottesco e il sublime, capace di trasformare una serie legale in una riflessione surreale sull’invecchiamento, il potere, l’amicizia e la follia lucida. Il problema? Oggi Boston Legal è praticamente introvabile in streaming, come se qualcuno avesse deciso che un pezzo di televisione brillante dovesse restare confinato nei ricordi di chi c’era. Peccato, perché Danny Crane meriterebbe una seconda giovinezza digitale.
Shatner, però, non è mai stato tipo da accettare il pensionamento culturale. A oltre novant’anni continua a muoversi con l’energia di un esordiente, tra autobiografie, convention, viaggi nello spazio (sì, è davvero andato oltre l’atmosfera, chiudendo un cerchio che neanche la sceneggiatura più ardita avrebbe osato scrivere) e ora – pare – un possibile disco heavy metal. Perché no? Se hai comandato un’astronave e dominato le aule di tribunale, perché non imbracciare metaforicamente una chitarra distorta?
L’idea di Shatner che si lancia nell’heavy metal non è nemmeno così stravagante. È coerente con una carriera costruita sull’eccesso controllato, sull’ironia involontaria diventata consapevole, sulla capacità di trasformare la propria immagine in un gioco continuo tra serietà e parodia. È sempre stato un attore che non ha avuto paura di essere più grande del ruolo, più teatrale del copione, più iconico del personaggio.
E forse è proprio questo il segreto della sua longevità culturale: non essersi mai preso troppo sul serio, pur prendendo sul serio ogni ruolo. William Shatner non è solo un attore evergreen. È un genere narrativo a sé, un ponte tra la televisione analogica e l’epoca dei meme, tra la fantascienza classica e l’autoironia postmoderna.
Se davvero inciderà un disco heavy metal, non sarà un capriccio senile, ma l’ennesima dimostrazione che alcune icone non si limitano a sopravvivere al tempo: lo attraversano, con passo deciso, come se fosse solo un’altra frontiera da esplorare.
